Una delle domande che frequentemente sento rivolgere al momento della prima diagnosi è: “Dottore, come evolverà la malattia?”. Questa domanda spesso richiede una risposta articolata, dato che anche noi reumatologi non siamo sempre in grado di fornire con sicurezza informazioni a riguardo. Sebbene sia abbastanza noto il meccanismo alla base della malattia, ci sono ancora molti punti oscuri. Uno di questi riguarda proprio il passaggio da una fase “non radiografica” ad una radiografica. Di fronte a questi termini il paziente a volte rimane perplesso.

Il termine “spondiloartrite” definisce principalmente una forma di malattia infiammatoria che colpisce la colonna vertebrale in ogni suo segmento (dal bacino fino alle vertebre cervicali). Sebbene con qualche differenza per sesso e per sede, è ormai noto che la malattia colpisce inizialmente il bacino. La più famosa spondiloartrite è la spondilite anchilosante, ma, con il migliorare della tecnologia e delle indagini mediche, si è visto che la definizione di spondilite anchilosante non era descrittiva di tutte le spondiloartriti. Con lo studio dell’osso attuato tramite RMN è stato possibile scoprire che esistevano altre forme di malattia, forse stadi più precoci della spondilite, che non potevano essere definiti come spondilite anchilosante. Quest’ultima, infatti, è nota da decenni e distinta proprio dal termine “anchilosante”, ovvero che provoca anchilosi (parola che deriva dal greco antico ἀγκύλος) ovvero fusione. Tale aggettivo si riferisce al fatto che la malattia provoca nuova formazione di osso che fonde tra loro gli estremi di un’articolazione. Questo fatto appare evidente già alle normali radiografie, soprattutto quando la patologia è già avanzata, ma non si osserva nelle forme precoci. Diversi pazienti che accusano da poco tempo i sintomi, tuttavia, mostrano gli elementi di spondilite (infiammazione della colonna), ma non hanno una fusione radiografica delle articolazioni ed è possibile rilevare un’infiammazione solo alla RMN. Lo studio delle ossa, eseguito con sequenze particolari, permette di individuare tracce di edema, un particolare tipo di lesione, fortemente suggestiva per la patologia. Questo ha dato la possibilità di identificare una forma più precoce di malattia rispetto alla spondilite anchilosante, che i reumatologi hanno chiamato spondiloartrite (ovvero artrite della colonna), aggiungendo l’aggettivo “non radiografica” proprio per distinguerla dalla forma anchilosante, più avanzata e invalidante e che presenta danno non reversibile.

Come si può capire, risulta fortemente distintivo avere una patologia che potremmo definire come “precoce” e visibile solo alla RMN rispetto ad una “tardiva”. Nella prima prevale la sintomatologia, ma non vi sono ancora elementi di alterazioni anatomiche invalidanti, mentre la seconda limita maggiormente il paziente nella sua quotidianità.

Perché, allora, dovrebbe essere complicato fare questa distinzione? Diversi studi ci insegnano che purtroppo, le osservazioni non sono sempre semplici e lineari ed è necessario effettuare un monitoraggio costante sulla progressione della malattia e sull’esito delle cure per evitare che la patologia abbia una brusca evoluzione o un cambio di comportamento.

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Edema osseo vertebrale

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Autore

LUCA
IDOLAZZI

MEDICO SPECIALISTA IN REUMATOLOGIA

Ricercatore presso l’Unità di Reumatologia del Dipartimento di Medicina dell’Università di Verona, si interessa dello spettro delle patologie artritiche e, in modo particolare, di spondiloartriti. Ad integrazione di  questo ambito, ha sviluppato un interesse per l’imaging dedicato alla malattia reumatologica e, in modo particolare, all’ecografia muscoloscheletrica. Data la complessità delle spondiloartriti, affianca da molti anni i colleghi di altre branche, come la Dermatologia, per riuscire a cercare di comprendere e assistere il paziente nel migliore dei modi.

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